Contributo a cura di Duccio Mortillaro, Head of Italian Practice dello studio Fox Rothschild.
Qualora le misure venissero confermate, le conseguenze potrebbero essere rilevanti per multinazionali, importatori, operatori della logistica e imprese manifatturiere con catene di fornitura globali.
L’Amministrazione statunitense compie un nuovo passo nella propria strategia di imposizione di dazi globali, questa volta appoggiandosi alle disposizioni contro il contrasto al lavoro forzato nelle catene globali di approvvigionamento. Lo scorso 2 giugno 2026, l’U.S. Trade Representative (USTR) ha pubblicato le risultanze preliminati delle indagini avviate ai sensi della Section 301 del Trade Act del 1974, proponendo l’introduzione di dazi aggiuntivi compresi tra il 10% e il 12,5% sulle importazioni provenienti da sessanta economie che, secondo Washington, non hanno adottato o non applicano efficacemente divieti all’importazione di beni realizzati mediante lavoro forzato.
L’iniziativa potrebbe avere un impatto senza precedenti sul commercio internazionale. Le economie interessate rappresentano infatti circa il 99,4% del valore complessivo delle importazioni statunitensi, rendendo la misura una delle più estese mai contemplate nell’ambito della normativa commerciale americana.
L’indagine, avviata nei primi mesi del 2026, ha esaminato il quadro normativo e l’effettiva applicazione delle misure contro il lavoro forzato in sessanta giurisdizioni. Secondo le conclusioni preliminari dell’USTR, cinquantaquattro economie non avrebbero introdotto un sistema adeguato di divieto alle importazioni di beni prodotti mediante lavoro forzato, mentre altre sei – Canada, Ecuador, Unione Europea, Indonesia, Messico e Pakistan – pur disponendo formalmente di una normativa in materia, non ne garantirebbero un’applicazione sufficientemente efficace.
L’agenzia governativa sul commercio degli USA ritiene che tali carenze producano effetti distorsivi sul mercato, consentendo ad alcune imprese di beneficiare di vantaggi competitivi artificiali attraverso l’utilizzo diretto o indiretto di manodopera forzata e favorendo l’elusione delle restrizioni già vigenti negli Stati Uniti.
Per queste ragioni, l’USTR ha qualificato tali comportamenti come “irragionevoli” ai sensi dell’articolo 301 del Trade Act, aprendo la strada all’introduzione di misure tariffarie correttive.
La proposta prevede l’applicazione di dazi aggiuntivi a tutti i prodotti originari delle sessanta economie oggetto dell’indagine, con alcune limitate eccezioni.
Le economie che hanno adottato un divieto alle importazioni di beni prodotti con lavoro forzato o che hanno assunto impegni specifici nell’ambito degli Accordi di Commercio Reciproco con gli Stati Uniti sarebbero soggette a un dazio supplementare del 10%.
Per tutte le altre economie, l’aliquota proposta salirebbe al 12,5%.
Tali dazi si aggiungerebbero alle tariffe già esistenti, comprese quelle applicate ai sensi della Section 232 e di altre normative commerciali statunitensi, che sono state già impugnate ma che continuano ad essere comunque applicate e liquidate in pendenza di una decisione della Corte Suprema.

Sono previste alcune esclusioni, tra cui i prodotti già soggetti ai dazi secondo l’articolo 232 del Trade Act; determinate materie prime; materiali informativi quali libri e pubblicazioni e prodotti la cui tassazione potrebbe determinare effetti negativi sull’intera economia statunitense.
L’USTR ha inoltre proposto un meccanismo dedicato al settore tessile e dell’abbigliamento che consentirebbe l’importazione di determinati volumi a condizioni tariffarie agevolate.
Qualora le misure venissero confermate, le conseguenze potrebbero essere rilevanti per multinazionali, importatori, operatori della logistica e imprese manifatturiere con catene di fornitura globali.
Le aziende dovranno valutare attentamente l’esposizione delle proprie supply chain all’incremento dei costi doganali, verificando la provenienza dei componenti e dei prodotti finiti importati negli Stati Uniti e modellando gli effetti economici di un ulteriore livello tariffario compreso tra il 10% e il 12,5%.
Particolare attenzione dovrà essere dedicata ai settori caratterizzati da filiere complesse e fortemente internazionalizzate, nei quali i nuovi dazi potrebbero incidere sia sulle materie prime sia sui prodotti finiti, aumentando significativamente i costi complessivi.
L’USTR ha avviato una consultazione pubblica invitando imprese, associazioni di categoria e altri soggetti interessati a presentare osservazioni. Le richieste di partecipazione alle audizioni dovranno essere presentate entro il 22 giugno 2026, mentre i commenti scritti dovranno essere depositati entro il 6 luglio 2026. Le audizioni pubbliche inizieranno il 7 luglio.
La consultazione rappresenta un passaggio particolarmente importante. In precedenti procedimenti sulla base dell’articolo 301, infatti, l’USTR ha concesso numerose esclusioni tariffarie sulla base delle osservazioni ricevute dagli operatori economici, soprattutto nei casi in cui fosse dimostrata l’importanza strategica di determinati prodotti o l’assenza di fonti alternative di approvvigionamento.
Per le imprese interessate, il procedimento costituisce quindi un’opportunità concreta per richiedere esenzioni specifiche o evidenziare gli effetti economici che l’introduzione delle nuove misure potrebbe produrre sui rispettivi settori industriali.
Le imprese che operano sui mercati internazionali dovranno monitorare con attenzione l’evoluzione del procedimento, predisponendo tempestivamente analisi di impatto e strategie di mitigazione del rischio. Se confermate, le nuove tariffe potrebbero infatti modificare in modo significativo gli equilibri delle catene globali del valore e incidere sui costi di accesso al mercato statunitense per un numero senza precedenti di operatori economici.






















